Profili biografici - Archivio Niccolini di Firenze

Arrigo di Lucchese Sirigatti (?-1250ca). Di questo remoto personaggio si hanno scarse testimonianze presso le carte del monastero di Passignano in Val di Pesa, che lo ricordano come "Arrigus vocatus Sirigattus", e che sarebbe stato "fictaiolus perpetualis et fidelis Abbatie". Nel 1208 avrebbe sposato Scarlata di Paganello, sorella di Bonavia, personaggio attivo a Firenze, dove sedeva tra gli anziani del comune e svolgeva attività di giudice, la cui famiglia continuava a possedere terre a Passignano. Di questo Arrigo Sirigatti sappiamo solo che nel 1233 possedeva tre case nel castello di Passignano e alcune terre nei dintorni. Ebbe almeno due figli: Lucchese e Bonavia detto Ruzza.
Sulla figura di Arrigo la tradizione famigliare costruì un mito che lo avrebbe voluto combattente nella battaglia di Benevento del 1266. Il valore mostrato in quella occasione avrebbe provocato la nascita del nome Sirigatti, a causa dello stemma di Arrigo, appunto un gatto, così che fu chiamato Sire del Gatto, da cui Sirigatti. Ma al tempo della battaglia di Benevento Arrigo era certamente già morto da alcuni anni.

Ruzza di Arrigo Sirigatti (?-inizi XIV). Anche di Ruzza si hanno notizie leggendarie: sarebbe vissuto 130 anni e sarebbe stato in lite con la famiglia ghibellina degli Scolari. Per dirimere la lunga faida famigliare, alla fine il figlio di Ruzza, Niccolino, sposò una Scolari.

Niccolino di Ruzza Sirigatti (?-1312). Di questo personaggio non si conosce quasi nulla. Secondo la tradizione fu il primo a trasferirsi a Firenze e a lui si deve il cambiamento del nome da Sirigatti a Niccolini dei Sirigatti. Dal primo matrimonio con Sofia degli Scolari (?-1271) ebbe Lapo. Niccolino si sposò poi con Simona di Francesco Visdomini da cui ebbe Biagio, Fia e Giovanni. Biagio (?-1363) fu un valente mercante, ma i suoi figli avrebbero sperperato le ricchezze da lui accumulate e la sua linea si disperse. Fia fu fatta monaca. Giovanni (?-?) si trasferì nel contado dove i suoi discendenti vissero in povertà.

Lapo di Niccolino (1271-1342). Sposò nel 1311 Nanna di Stoldo di Lapo Pizzichi. Ebbe sette figli: Niccolaio (1323-1348), Antonio, Bianca (sposò Leonardo Vigorosi), Donato (sposò Mea di Bonaventura da Gaville, morì nel 1400), Francesca (sposò Francesco de' Geri del Bello), Giovanni (l'unico che ebbe discendenza) e Simona (sposò Tano degli Aghinetti).
Lapo fu un attivo mercante, iscritto all'Arte della Seta nel 1301. Fu anche il primo della famiglia a ricoprire cariche civili: fu dei Priori nel 1334 e Gonfaloniere di Giustizia nel 1341.

Giovanni di Lapo di Niccolino (?-1381). Sposò Bartolommea di Filippo di Rosso Bagnesi. Ebbe sei figli: Niccolaio (1350-1383; sposò Simona detta Ciulla di Francesco di Gerozzo de' Bardi), Monna (sposò Alessandro di Francesco Buondelmonti e in seconde nozze Iacopo di Simone Folchi), Filippo (?-1429 senza figli), Fia (sposò Pierozzo di Roberto Ghetti e in seconde nozze Bese di Guido Magalotti), Lapo (1365-1429), Guiduccia.
Della sua attività non si conosce molto. Fu un attivo mercante in società col fratello Niccolaio (presso l'Archivio Niccolini si conserva un Libro di Ricordanze scritto dai due fratelli e continualo dal solo Giovanni dopo il 1348) e ricoprì diverse cariche nel comune fiorentino.
Tra i suoi figli Niccolaio sarebbe stato, secondo la testimonianza del fratello Lapo, fu un giovane valente. Morto durante una pestilenza lasciò una femmina, Agnoletta (maritata a Luca di Giovanni Rucellai) e due maschi, Francesco (?-1417) e Giovanni (?-1417) le cui linee si estinsero o si dispersero.

Lapo di Giovanni di Lapo (1365-1429). Sposò nel 1384 Ermellina di Zanobi di Giovanni da Mezzola (?-1400) da cui ebbe sette figli (Nicolajo, Maddalena, Luca, Giovanna, Giovanni, Biagio, Iacopo).
Nel 1401 sposò in seconde nozze Caterina di Biagio di Giovanni d'Arzago da Milano (?-1451), vedova di Antonio Gianfigliazzi, da cui ebbe sei figli (Paolo, Lorenzo, Ermellina, Bernardo, Ottobuono, Battista)
Fu il personaggio che consolidò le fortune fiorentine della famiglia. Ricco mercante, ricoprì tutte le magistrature della repubblica, in particolare fu per ben cinque volte Gonfaloniere di Giustizia (nel 1401, 1406, 1412, 1421, 1425). Seppe consolidare i legami e il radicamento della sua casata con una accorta politica di alleanze, non ultime quelle matrimoniali.
Dal 1378 al 1429 scrisse un Libro di ricordanze. L'originale è conservato presso l'Archivio di Stato di Firenze, Carte Strozzi. Nell'Archivio Niccolini se ne conservano due copie redatte dal figlio Biagio e trascritte nel tardo XVI secolo, che presentano sensibili differenze rispetto alla versione presente nella raccolta Strozzi.
Dei suoi figli, il primogenito Nicolajo, nato nel 1386, non si sposò e morì prima del padre, nel 1417.
Maddalena (1387-1418) sposò Ugo Altoviti.
Giovanna (1390-1474) sposò Giovanni degli Albizi.
Giovanni (1395-1463), si sposò con una non meglio identificata Tita da cui ebbe una sola figlia, Ermellina, che ereditò le sostanze del padre e si sposò con Giovanni di Doffo Arnoldi.
Iacopo (1398-1449) fu monaco cassinese e abate in diversi monasteri.

Biagio di Lapo di Giovanni (1396-1467). Sposò nel 1430 Selvaggia di Soldo di Bernardo Strozzi (1410-1485) da cui ebbe nove figli (otto maschi e una femmina).
Iscritto all'Arte dei giudici e notai, ricoprì diverse magistrature cittadine. Copiò il libro di Ricordanze del padre, arricchendone la parte di ricostruzione delle origini della famiglia.
L'unica figlia femmina, Maddalena (?-1500) sposò Lorenzo Arrighi. Degli otto maschi, due morirono in tenera età, due si trasferirono a Roma e solo tre si sposarono: Francesco (1432-1511) con Dianora Cavalcanti da cui ebbe un maschio che morì senza discendenza; Iacopo (1446-1514) la cui discendenza, di cui si perdono le tracce, visse povera nel contado; Leonardo (1439-1475) che sposò Dianora di Luigi Guicciardini. Leonardo, dopo il fallimento del suo banco, si trasferì a Mantova, dove trovò fortuna alla corte dei Gonzaga. Anche suo figlio Giovanfrancesco (1480-1540ca) visse a Mantova. Tornò a Firenze Raffaello di Giovanfrancesco (1525-1613) che entrò nelle grazie del granduca Francesco I, ma non della casa Niccolini, che lo accusò di essere un impostore. Solo nel 1657 una sentenza del Magistrato supremo riconobbe ai discendenti di Raffaello l'appartenenza alla casata dei Niccolini.
Tra i discendenti di Raffaello figura Giovanbattista Niccolini (1782-1861), poeta e drammaturgo, uno dei protagonisti della cultura risorgimentale italiana.
Questa linea si estinse con Luigi di Ridolfo Niccolini (1831-1895), discendente in linea retta da Biagio di Lapo. Luigi fu nominato erede dalla marchesa Maddalena Alamanni, di cui assunse il cognome. Luigi, privo di discendenti, lasciò il suo patrimonio al secondogenito della linea principale della famiglia Niccolini, Lapo di Eugenio, che accettò l'eredità modificando il proprio cognome in Niccolini Alamanni. Lapo morì però senza discendenti nel corso della prima guerra mondiale.

Paolo di Lapo di Giovanni (1402-1482). Sposò nel 1431 Cosa di Bernardo di Biagio Guasconi (?-1457), da cui ebbe cinque figli (Lodovico, Benedetto, Piero, Iacopo, Ginevra). Nel 1460 si unì in seconde nozze con Maria di Antonio di Ricciardo degli Alberti (?-1486), da cui ebbe altri cinque figli (Antonio, Niccolosa, Oretta, Costanza, Andrea). Ebbe anche tre figli naturali.
Tra i figli di Lapo fu quello che meglio seppe affermarsi negli affari: fu un valente mercante e accumulò una discreta fortuna. Fu l'unico tra i figli di Lapo che continuò a scrivere un libro di Ricordanze (conservato presso l'Archivio Niccolini), che tenne dal 1429 al 1482.
Tra i suoi figli Iacopo (1445-1525) fu discepolo di Savonarola e ne tramandò alcuni discorsi. Ebbe un figlio naturale, Pandolfo (1472-1517) che visse a Roma alla corte di Leone X.
Degli altri figli di Paolo solo Antonio (?-1515) e Andrea (1460-1532) ebbero discendenti, ma queste linee si estinsero nel 1612 e nel 1562.

Lorenzo di Lapo di Giovanni (1403-1473). Sposò Lorenza di Filippo del Pugliese (?-1471) da cui ebbe 13 figli. Di questi, cinque maschi raggiunsero l'età adulta e quattro si sposarono ed ebbero discendenti. Solo la discendenza di Lapo di Lorenzo (1431-?) durò più di una generazione e si estinse nel 1782.

Bernardo di Lapo di Giovanni (1409-1470). Sposò Ginevra di Michele Riccialbeni (?-1504) da cui ebbe 9 figli di cui sei maschi. Solo due ebbero discendenza, Simone (1455-1508) e Donato (?-1521). I figli di Donato non ebbero discendenza; due di loro, Luigi e Bernardo detto Spagnoletto, furono militari e combatterono contro il ritorno dei Medici.
Tra i figli di Simone, Piero ebbe due maschi, Iacopo (1533-1583) e Simone (1534-1585), il primo sposò Cassandra Adimari da cui ebbe quattro figli con cui finì la sua linea; il secondo, Simone, sposò nel 1575 Ginevra di Piero di Matteo di Agnolo Niccolini. Da lei nacque Leonardo (?-1608) i cui figli Simone (?-1645) e Giovanbattista (?-1641) furono gli ultimi di questo ramo.

Ottobuono detto Otto di Lapo di Giovanni (1410-1470). E' questo il personaggio più importante della famiglia nel XV secolo, uno dei protagonisti delle vicende politiche fiorentine, alleato dei Medici e tra gli artefici del loro consolidamento al potere.
Otto aveva conseguito il dottorato in Utroque Jure, presso la Chiesa Cattedrale di Perugia, il 3 ottobre 1438. Divenne ben presto un valente giureconsulto e si legò a Cosimo de' Medici; il suo ruolo e la sua influenza politica dovette ben presto affermarsi in Firenze se il suo nome appare al secondo posto nel noto patto col quale 64 personaggi guidati da Giovannozzo Pitti giurarono fedeltà a Cosimo il primo maggio 1449. In effetti già dal 1446 Otto era stato protagonista, al fianco di Cosimo, della lotta politica ingaggiata dai Medici per imporre quel nuovo sistema elettorale che avrebbe garantito la stabilità del regime instaurato dalla casa di Cafaggiolo. Otto Niccolini non si limitò a partecipare attivamente alle battaglie interne alla vita politica cittadina, ma svolse anche un ruolo di rilievo nella politica diplomatica attuata dai Medici, che, come è noto, contribuì in misura altrettanto rilevante al consolidamento del regime. Dal 1451 assolse a molti incarichi diplomatici per conto del governo di Firenze; fu così uno degli uomini ai quali il regime dei Medici affidò la responsabilità di affermare il proprio ruolo nell'equilibrio degli stati italiani. Otto fu incaricato di delicate missioni, soprattutto presso il papa e il re di Napoli, e può essere ben considerato uno dei protagonisti di quel sistema di "diplomazia continuata" che caratterizzò i rapporti interstatali nel '400.
Presso l'archivio Niccolini si conservano numerose lettere di diversi personaggi del tempo (quali Cosimo de' Medici, Piero de' Medici, Lorenzo il Magnifico, Francesco Sforza, Matteo Palmieri e altri ancora) indirizzate a Otto.
Sposò nel 1439 Maria di Tommaso Corbinelli (?-1459) e nel 1460 Bartolommea di Andreolo Sacchetti (?-1471). Dalla prima moglie ebbe 11 figli e altri quattro dalla seconda, più uno naturale. Di questi 16 figli i maschi furono 14, ma per molti di loro si hanno poche notizie, se si esclude il primogenito Agnolo e il terzogenito Giovanni (il primo proseguì la tradizione politica del padre, il secondo fu vescovo e patriarca di Atene).
Tra gli altri figli, Bernardino (1448-1489) ebbe un maschio, Matteo (1473-1546) che ricoprì varie cariche militari per il comune di Firenze ed ebbe da Spicchina di Alessandro Alamanni sette figli, tra cui Margherita che sposò nel 1521 Giovanfrancesco di Leonardo Niccolini, e Alessandro (1500-1551) che sposò Fiammetta Bonsi ed ebbe quattro maschi, tutti morti senza discendenza.
Nulla sappiamo di Tommaso di Otto di Lapo (1452-1494) della cui discendenza si perdono le tracce dopo tre generazioni, mentre Andreolo (1467-1543), ultimogenito di Otto, ricoprì varie magistrature ed ebbe numerosa prole, ma la sua linea si estinse nel 1610.

Agnolo di Otto di Lapo (1444-1499). Agnolo iniziò la sua carriera diplomatica sulle orme del padre, ossia presso la curia romana dove andò nel 1484 come residente; tornato a Firenze nel 1489 fu poi inviato a Napoli nel 1492 come oratore presso re Ferdinando; nel 1493 fu residente a Milano e si recò di nuovo a Napoli nel 1494 per salutare il nuovo re Alfonso per poi tornare a Milano; cercò in seguito di mediare con Carlo VIII, ma fu poi cacciato coi Medici da Firenze; successivamente gli fu consentito di rientrare, senza però accedere ad alcuna magistratura.
Anche di Agnolo si conserva presso l'Archivio Niccolini un discreto carteggio, nel quale spiccano lettere di Savonarola, di Carlo VIII, Piero di Lorenzo de' Medici, Ludovico Maria Sforza.
Nel 1471 sposò Luisa di messer Piero de' Pazzi, che però morì nel 1488 senza avergli dato prole. Nel 1488 sposò in seconde nozze Tommasa di Francesco Cambini da cui ebbe sette figli di cui tre morti in tenera età. Gli altri figli furono: Matteo, Maria (che sposò nel 1493 Cosimo Sassetti), Antonio (1477-1502) e Carlo (1474-1509) che dal suo matrimonio con Maria di Tommaso Capponi diede vita a una linea che si estinse alla fine del XVIII secolo.

Giovanni di Otto di Lapo (1449-1504). Eletto canonico della metropolitana di fiorentina nel 1467, divenne poi, nel 1475 vescovo di Amalfi. Con la venuta in Italia di Carlo VIII si schierò coi francesi e fu perciò costretto all'esilio quando questi furono scacciati. Ottenne dal re di Francia il ricco vescovato di Verdun nel 1498, ma la morte del re impedì a Giovanni di assumere la diocesi. Postosi alla corte del cardinale della Rovere, fu nominato arcivescovo di Atene. L'elezione del della Rovere al soglio pontificio avrebbe assicurato la fortuna di Giovanni Niccolini, ma questi morì nel 1504 a Viterbo, dove era stato nominato governatore dal nuovo papa.

Matteo di Agnolo di Otto (1473-1540). Matteo fu capace di ottenere ruoli preminenti nella vita politica fiorentina, per poi schierarsi a favore del ritorno dei Medici, diventando uno degli artefici delle riforme che seppellirono definitivamente le istituzioni repubblicane. Ebbe il primo incarico politico all'inizio del XVI secolo, quando, nel 1509, fu nominato residente a Roma; ricoprì in seguito varie magistrature fiorentine. Fu tra i 12 incaricati di riformare gli organi di governo e fece poi parte del nuovo senato, dove si adoperò per la definitiva affermazione di Cosimo I, di cui divenne uno dei consiglieri.
Si sposò tre volte: nel 1499 con Ginevra di Lorenzo Morelli, morta nel 1507 (da lei ebbe Agnolo e Piero). Già nel 1507 si unì in matrimonio con Alessandra di Antonfrancesco Boscoli nel 1507, da cui ebbe due figli, morti in tenera età. Alessandra morì nel 1514 e quattro anni dopo Matteo sposò Maddalena di Simone Guiducci da cui ebbe Francesca, andata poi in sposa a Giovanni di Taddeo Taddei.

Agnolo di Matteo di Agnolo (1505-1567). Uomo di fiducia di Cosimo I, incaricato dal duca di delicate missioni, non ultima quella di difendere i suoi diritti ereditari contro le pretese di Margherita, vedova di Alessandro e figlia di Carlo V, e di Caterina de Medici, prossima regina di Francia. Le sue fortune politiche furono poi legate ai destini di Siena, dove fu ambasciatore dal 1547 e poi, dal 1557, primo governatore della città. Fu un personaggio chiave nel processo di affermazione dello stato mediceo e l'interesse per la sua opera è ulteriormente stimolato dalle più recenti riflessioni storiografiche sulla parte avuta dall'antico ceto dirigente nell'affermazione del sistema di potere mediceo e in particolare sul ruolo che in tale processo ebbe l'antica logica delle alleanze consortili tra famiglie, caratterizzata da rapporti non solo di protezione, ma anche di reciprocità le cui origini sono da ricercarsi almeno nelle vicende quattrocentesche. Rimasto vedovo fin dal 1550, Agnolo fu premiato per la sua lunga attività al servizio di Cosimo con l'elezione al cardinalato e l'assegnazione della diocesi di Pisa. Il neo cardinale Niccolini fu anche un candidato alla successione di Pio IV. Dopo la morte del papa, Cosimo I si adoperò infatti affinché il conclave eleggesse uno dei cardinali toscani, ossia il Niccolini oppure Giovanni Ricci di Montepulciano.
Presso l'Archivio Niccolini si conserva un'ingente mole di documenti che riguardano la sua attività politica, tra cui circa 10.000 lettere e 17 registri di ordini, decreti, copialettere ecc.
Nel 1530 sposò Alessandra di Vincenzo Ugolini da cui ebbe quattro figli: Matteo (1534-1551), Lorenzo (?-1538), Giovanni (1544-1611), Maria, che sposò Roberto di Filippo de' Ricci.

Piero di Matteo di Agnolo (1507-1570). Si tenne lontano dalle vicende politiche fiorentine, dedicandosi piuttosto ai commerci. Solo quando il principato di Cosimo fu definitivamente assestato ricoprì alcune cariche e godette di riflesso il successo del fratello Agnolo. Fu così nominato senatore nel 1564 e fu commissario di Pistoia nel 1567.
Nel 1535 sposò Maddalena di Raffaello di Tommaso Antinori (?-1580) da cui ebbe otto figli, ma solo quattro raggiunsero l'età adulta: Ginevra che sposò Simone di Piero Niccolini, Lorenzo, Fiammetta, che sposò Francesco di Tommaso Minerbetti, Elisabetta, moglie di Girolamo di Gino Capponi.

Giovanni di Agnolo di Matteo (1544-1611). Rimasto l'unico figlio vivo già nel 1551, godette fin dall'infanzia dei privilegi derivanti dall'essere il figlio di uno dei favoriti di Cosimo I. All'età di 9 anni ricevette dal papa Giulio III una pensione annua di 400 scudi sullo spedale di Altopascio; nel 1587 fu inviato a Roma dove ricoprì la carica di ambasciatore per 23 anni. Giovanni Niccolini seppe trarre profitto dalla favorevole condizione di nascita, incrementando le proprie fortune, consolidando la posizione della sua casata e ponendosi come il referente di tutta la consorteria dei Niccolini. A lui si rivolgevano parenti vicini e lontani per chiedere aiuti e favori. Se pure non giunse ad ottenere l'investitura di titoli nobiliari, pose le condizioni affinché tale status fosse goduto dai suoi figli, non solo proseguendo la tradizione familiare al servizio del potere dei Medici, ma anche con una vita condotta secondo uno stile nobiliare e di cui furono momenti significativi l'appassionata attività di collezionista e committente di opere d'arte, tra cui la nobiliare cappella di famiglia in Santa Croce, commissionata all'architetto Giovanni Antonio Dosio e l'acquisto di un sontuoso palazzo a Firenze, in via dei Servi.
Nel 1570 sposò Caterina di Filippo Salviati da cui ebbe sette figli di cui quattro raggiunsero l'età adulta: Alessandra, che sposò Ascanio di Giulio Iacobilli, Francesco (1584-1650), Giovanni (1586-1666) e Lucrezia (?-1635) che andò in sposa a Adriano Ceuli.

Lorenzo di Piero di Matteo (1541-1607). Fu avvocato, membro dell'Accademia Fiorentina e senatore dal 1588.
Sposò Elisabetta di Simone di Iacopo Corsi (?-1619) da cui ebbe 12 figli: Piero, Maddalena (sposò nel 1613 Iacopo di Lorenzo Giacomini), Agnolo (morto in tenera età), Simone, Maddalena (morta in tenera età), Matteo, Maddalena, Maria e Agnolo (anch'essi morti in tenera età), Antonio (1578-1655), Maria (poi suor Caterina Angelica nel convento dello Spirito Santo sulla Costa) e Ottavio (1587-1633) che ebbe due figli naturali: Giovanni fatto frate e Ottavia, monaca in Sicilia.

Francesco di Giovanni di Agnolo (1584-1650). Beneficiò fin da piccolo della posizione preminente del padre. Fu così fatto cavaliere di Santo Stefano nel 1598 e ammesso tra i paggi del granduca. Il padre, che godeva di grande influenza a Roma, lo destinò alla carriera ecclesiastica arricchendolo di benefizi. Dopo la morte del padre, Francesco abbandonò però lo stato ecclesiastico e tornò a Firenze. Nel 1621 fu eletto ministro residente a Roma, ma si mostrò spesso debole anche a causa della sua eccessiva bigotteria e la troppa deferenza nei confronti degli ecclesiastici. Durante la sua permanenza a Roma si svolse il processo contro Galileo Galilei. Nel 1643 fu richiamato a Firenze dove il granduca lo investì del titolo di marchese di Campiglia.
Sposò nel 1618 Caterina del marchese Francesco Riccardi (?-1676) da cui non ebbe figli.

Filippo di Giovanni di Agnolo (1586-1666). Ricoprì alcune cariche onorifiche per conto della corte medicea. Fu, la pari del padre, collezionista d'arte. Nel 1625 il granduca lo investì del marchesato di Montegiovi, nel senese. Nel 1637 fece richiesta di commutarlo con quello di Ponsacco e Camugliano dove aveva acquistato la villa che rimase la dimora principale della famiglia. Il feudo contava 189 fuochi e 1069 anime.
Nel 1606 aveva sposato Lucrezia di Lorenzo Corsini (?-1652) da cui non ebbe figli.
Privo di discendenza ottenne dal granduca la facoltà di lasciare il feudo di Camugliano ad un membro della sua famiglia di sua scelta. Designò così erede del suo vasto patrimonio il cugino Lorenzo di Matteo discendente da Piero di Matteo, fratello del cardinale Agnolo.

Piero di Lorenzo di Piero (1573-1651). Intraprese la carriera ecclesiastica, nel 1603 fu destinato a vicario generale della diocesi fiesolana. L'arcivescovo fiorentino Marzimedici lo nominò suo auditore e poi suo vicario generale. Dopo la morte del Marzimedici fu eletto vicario capitolare e infine, nel 1632, divenne arcivescovo di Firenze. Celebrò due sinodi, nel 1637 e nel 1645; ingrandì il palazzo vescovile e beneficò il monastero di S. Niccolò.

Simone di Lorenzo di Piero (1577-1662). Fu un celebre avvocato, membro dell'accademia fiorentina di cui fu console nel 1608. Non ricoprì alcuna carica civile, ma si dedicò interamente alla sua professione da cui gli venne onore e ricchezza. Non si sposò né lasciò discendenza.

Matteo di Lorenzo di Piero (1594-1663). Si dedicò ai commerci e poi se ne ritirò per ricoprire pubblici impieghi. Fu senatore nel 1649.
Sposò nel 1629 Lucrezia di Francesco Arrighi (?-1684) da cui ebbe quattro figli: Lorenzo (1632-1715), Francesco (1639-1692), Piero (1640-1716) e Isabella (?-1699) moglie del marchese Pierfrancesco Vitelli. Piero di Matteo fu tratto a sorte per il godimento dell'eredità Calderini, avendo Francesco Calderini stabilito che il suo patrimonio fosse goduto in usufrutto da un nobile fiorentino nato di famiglia che avesse dato almeno sei priori al Comune. Tuttavia Piero non fece buon uso di questa fortuna e nel 1701 si dichiarò fallito.

Lorenzo di Matteo di Lorenzo (1632-1715). Nominato erede dal cugino Filippo di Giovanni, fu il secondo marchese di Ponsacco e Camugliano. Ammesso tra i gentiluomini di corte nel 1652 svolse attività onorifiche presso la corte granducale. Fu però assai attivo in campo economico dove, di concerto con la moglie, svolse un'intensa attività di prestatore di denaro.
Sposò nel 1653 Contessa del marchese Paolo del Bufalo di Roma, erede assieme alle sorelle, del patrimonio della sua casa e di quello della madre, la contessa Bandini. Contessa del Bufalo seppe gestire con abilità le ricchezze ricevute. Diede alla luce 13 figli: Lucrezia (1654-1720) moglie di Ridolfo di Niccolò Gianni; Filippo (1655-1738); Alessandra e Paolo morti in tenera età; Maddalena (1657-1683) moglie del marchese Donato di Tommaso Guadagni; Matteo (morto in tenera età); Alessandra (1665-1715), che ebbe fama di donna pia e misericordiosa e fu oggetto di una biografia scritta dal suo confessore dopo la sua morte, nel 1689 aveva sposato il marchese Giovanbattista Pucci; Francesco e Matteo (entrambi morti in tenera età); Rosa Vittoria (1661-1734) moglie in prime nozze di Ferdinando di don Antonio Ramirez di Montalvo e in seconde nozze di Piero di Neri Scarlatti; Agnolo (?-1691); Paola teresa (1671-1750), moglie di Giovanfrancesco di Carlo da Sommaia; Virginia (1672-1739) moglie del conte rospero di Filippo Bentivoglio.

Francesco di Matteo di Lorenzo (1639-1692). Intrapresa la carriera ecclesiastica fu presto arricchito di benefici. Fu governatore di Camerino nel 1668 e di Ascoli nel 1669. Fu poi eletto vicelegato di Avignone per il cardinale Cibo che ne aveva la legazione. Nel 1685 fu destinato alla nunziatura in Portogallo, dove stette cinque anni, finchè, nel 1690 fu destinato a Parigi, dove morì nel 1692.

Filippo di Lorenzo di Matteo (1655-1738). Ereditò non solo il patrimonio che dai vari rami della famiglia Niccolini si erano andati concentrando in suo padre, ma anche le ricchezze portate dalla madre, ossia i beni dei Bandini e parte del patrimonio Del Bufalo. Fu uomo di corte e i suoi servigi presso il granduca furono ricompensati con la commenda fondata nell'ordine di Santo Stefano dai Valgarini di Fermo. Fu soprattutto grande collezionista d'arte e seppe ampliare le raccolte ereditate dei suoi predecessori. In particolare fu assai prestigiosa la sua collezione di monete antiche (circa 4.000).
Sposò nel 1680 Lucrezia del marchese Luca degli Albizzi (?-1740) da cui ebbe 9 figli. Il primogenito Agnolo Maria (1683-1727) sposò Maddalena di Lorenzo Venturi da cui ebbe una figlia femmina (Lucrezia, poi maritata a Lodovico Pannocchieschi d'Elci) e due maschi entrambi morti in giovane età. Il dovere di continuare la casata passò così agli altri figli di Filippo. Il secondogenito, Giovan Luca aveva ormai intrapreso la carriera ecclesiastica come pure l'ultimo nato, Antonio (1701-1769), il terzogenito Lorenzo morì giovane (1691-1716). Il titolo di marchese passò così a Giuseppe (1698-1735), che riuscì ad assicurare una discendenza, ma morì giovane, lasciando i propri figli minori sotto la tutela dei fratelli.

Giovan Luca di Filippo di Lorenzo (1689-1742). Abbracciò lo stato ecclesiastico e visse quasi sempre a Roma dove fu eletto prelato della sacra visita apostolica nel 1722. Quando morì ricopriva la carica di presidente delle carceri.

Giuseppe di Filippo di Lorenzo (1698-1735). Destinato fin da piccolo ad essere cavaliere dell'ordine di Malta, la morte del fratello primogenito Angiolo lo rese l'unico maschio che avrebbe potuto continuare la famiglia, essendo gli altri due fratelli, Giovan Luca e Antonio, ecclesiastici.
Sposò nel 1729 Virginia Corsini, figlia del vicerè di Sicilia Bartolomeo e nipote di papa Clemente XII da cui ebbe tre figli maschi e due femmine. Dei maschi fu il terzogenito Lorenzo (1735-1795) a proseguire la casata, dato che il primogenito Filippo morì nel 1759 a soli 26 anni, senza prole, mentre il secondogenito Bartolomeo (1734-1760) fu destinato alla carriera ecclesiastica e fu abate di San Zeno a Pisa.

Antonio di Filippo di Lorenzo, abate (1701-1769). Antonio fu uomo di vasta cultura; dopo aver studiato sotto la guida di Giuseppe Averani affiancò alla preparazione letteraria ed erudita curiosità sempre più vive verso le idee che animavano la cultura anglosassone, un interesse verso il dibattito filosofico e scientifico inglese che restò sempre vivo e divenne uno dei punti di riferimento nell'elaborazione intellettuale dell'abate. Malvisto da Richecourt, conobbe anche l'esilio, quando, nel 1748, il governo toscano gli intimò di non fare più ritorno nel Granducato. L'abate Antonio visse in modo travagliato e inquieto il passaggio dalla iniziale formazione erudita alle nuove esigenze e i nuovi fermenti dell'età dei lumi, ma sempre con una grande apertura e con viva curiosità, come testimoniano l'attiva partecipazione a numerose accademie del tempo e soprattutto le relazioni che seppe instaurare e di cui resta voluminosa traccia nell'ampio carteggio (circa 18.000 lettere) conservato presso l'Archivio Niccolini. Antonio Niccolini non solo era in corrispondenza con i maggiori personaggi italiani ed europei, ma appare essere quasi l'eminenza grigia, che, anche attraverso l'attività del fratello Giuseppe, riusciva ad intervenire nella politica italiana del tempo.

Lorenzo di Giuseppe di Filippo (1735-1795). Terzogenito di Giuseppe Niccolini, sposò nel 1759 Giulia Riccardi, proveniente da una delle famiglie più ricche della Toscana, da cui ebbe quattro figli (Giuseppe, Vincenzo, Clementina e Pietro Leopoldo). Rimasto vedovo nel 1770, si risposò l'anno successivo con Maria Maddalena Antinori, da cui ebbe un maschio, Gaetano, che fu avviato alla carriera ecclesiastica. Lorenzo si trovò a guidare la casata dopo la morte del fratello maggiore Filippo (nel 1759) e del secondogenito Bartolomeo (nel 1760). Tutto il patrimonio Niccolini, comprese le ricchezze giunte da vari matrimoni e dall'estinzione di diversi rami collaterali, si trovò così concentrato nelle sue sole mani, ma l'abolizione dei vincoli fidecommissari decretata da Pietro Leopoldo nel 1789 portò alla divisione del cospicuo patrimonio tra i suoi quattro figli maschi (Giuseppe, Vincenzo, Pietro Leopoldo e Gaetano), sia pure in parti non uguali. Vincenzo e Gaetano non si sposarono, mentre Pietro Leopoldo ebbe dalla moglie, Teresa Monti Mucciano, 13 figli, dando vita a un ramo della famiglia tuttora vivente.

Giuseppe di Lorenzo di Giuseppe (1761-1811). Ebbe due mogli: nel 1786 sposò Giustina Grifoni, erede di uno dei rami della famiglia. Rimasto vedovo nel 1792, si risposò due anni dopo con Maria Maddalena Martelli. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Giulia (1787-1829), da Maria Maddalena Martelli ebbe Teresa (1796-1862), Luisa (1796-1845). Lorenzo, Antonio (1799-1815) e Gaetano (1801-1806).
Giuseppe si impegnò in azzardate speculazioni finanziarie durante il periodo napoleonico, indebitando in modo consistente la parte del patrimonio Niccolini ereditata dal padre.

Lorenzo di Giuseppe di Lorenzo (1797-1868). Sposò nel 1842 l'inglese Caterina Stafford Price. Grazie alla dote della moglie e soprattutto a drastiche scelte che lo portarono a ridurre sensibilmente le spese e a vendere molte importanti collezioni artistiche e il palazzo fiorentino da secoli dimora della famiglia, riuscì non solo a salvare il patrimonio, ma anche a incrementarlo dopo un lungo periodo di ristrettezze.
Ebbe due figli maschi, Carlo (1844-1912) e Eugenio, e una femmina, Maria Maddalena che sposò nel 1869 il conte Ferdinando Guicciardini. Il primogenito Carlo si sposò in età avanzata, a 46 anni, con l'inglese Ginevra Colebrooke (che si dedicò alla cura dell'archivio Niccolini e pubblicò alcuni documenti e un saggio sui Niccolini nel XV secolo). Non ebbero figli e tutto il patrimonio passò al secondogenito Eugenio.

Eugenio di Lorenzo di Giuseppe (1853-1933). Sposò nel 1871 Cristina Naldini del Riccio, erede del patrimonio della sua casata. Ebbe quattro figli: Ada, Vittoria, Renzo e Lapo. Renzo (1874-1956) sposò nel 1912 la torinese Lodovica Valperga di Masino ed è l'autore della linea marchionale vivente. Nel 1897 Lapo (1890-1917) ereditò dal lontano parente Luigi Alamanni Niccolini, discendente di Biagio il patrimonio che questi aveva ricevuto dalla marchesa Maddalena Alamanni col vincolo di aggiungere al proprio cognome quello degli Alamanni. Ma Lapo Niccolini Alamanni morì durante la prima guerra mondiale, il suo patrimonio e parte dell'archivio Alamanni tornarono così al ramo principale della famiglia Niccolini.

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