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Burali (Famiglia)

- Albero della famiglia Burali

- I Documenti della famiglia

Le fonti private a nostra disposizione confermano la provenienza dei Burali dal castello di Ostina, più tardi inserito nel territorio della Comunità di Reggello, rocca nella quale all’epoca delle contese tra guelfi e ghibellini si rifugiarono nel 1248 i fautori del partito guelfo cacciati da Firenze, che poi resistettero all’ assedio dei ghibellini e delle truppe imperiali nel 1250; più tardi nel 1269 furono i ghibellini a riconquistare per pochi giorni il castello, poi ripreso dai Guelfi. Se è vero che solo nel 1304 la rocca di Ostina, divenuta asilo della fazione dei Bianchi, dopo un assedio dei Fiorentini, venne da questi presa e spianata, lo spostamento del capostipite dei Burali da Ostina ad Arezzo va anticipato rispetto a questa data: infatti già nel 1303 si trova un Finuccio di Foscherio da Ostina nel contado fiorentino, “nunc” cittadino di Arezzo nel popolo di Murello, offrire una mallevadoria nel contratto di vendita di alcuni terreni su mandato di Nese di Benincasa, anch’egli originario di Ostina e da poco cittadino aretino insieme ai suoi figli Riccomanno e Cesco.

Doveva trattarsi di un piccolo nucleo di famiglie proveniente da Ostina, inurbatesi all’epoca della signoria dei ghibellini Tarlati di Pietramala: in una memoria, stesa nel Seicento, contenente lo spoglio di alcuni protocolli notarili dei primi del Trecento si ricordano altri abitanti di Ostina cittadini di Arezzo definiti “delli nostri”: negli atti del notaio Astoldo di Baldinuccio di Vecchiano risultano Ricoverino del fu Nese di Ostina “che fu di Ostina delli nostri” (18 aprile 1314, 25 marzo 1318/19) e Nese di Benincasa.

La generazione successiva a quella di Finuccio appare già pienamente integrata nella società aretina. Essa è rappresentata da Cecco di Finuccio, che in alcuni atti notarili compare già come “Buralis”, la cui collocazione sociale e politica trova conferma nella provvisione dei priori fiorentini del 7 luglio 1339 che, in un quadro istituzionale rinnovato a seguito della prima dominazione fiorentina, introduceva il priorato: egli compare così tra gli imborsati nella settima cedola ordinaria, in rappresentanza della parte ghibellina e della Porta di Fori. E precisamene in contrada Vallelunga, dove i discendenti di Cecco, che risulta tra i confinanti di una casa posta in quella contrada, continuarono a fare acquisti. A confermare l’avvenuto radicamento dei Burali nel quartiere di Porta di Fori è il matrimonio che era riuscito a contrarre nel 1330 tra la sorella Vaggia ed il giudice Iacopo del fu Muccio da Bibbiena, appartenente ad una famiglia di giuristi e notai professionisti e che insieme al fratello Guido notaio troviamo rappresentare Porta del Foro per la parte guelfa nella già citata provvisione del 1339. Quanto ai beni fondiari la nostra fonte attesta per Cecco nel 1336 la proprietà di vari pezzi di terra lavorativa in località Poggioli, che possiede pro indiviso con Pietro e altri Magalotti di Arezzo.

 Figli di Cecco furono Silvestro e Tommaso, che svolgono entrambi l’incarico di “cassieri” del Comune di Arezzo: il primo nel 1370 appare in qualità di “capsor” e come tale depositario di una somma di 300 fiorini per la costruzione di una cappella nella chiesa di San Michele. Tommaso, detto Tomé, figura centrale nell’ascesa sociale ed economica della famiglia nel corso del primo Quattrocento, compare nelle pergamene Burali nel 1368 in occasione del rinnovo di un livello di terre a Roscello/Ruscello, anche se nello spoglio secentesco dei protocolli notarili aretini egli risulta già in un atto del notaio Arrigo di ser Piero di Arezzo del 1363. Innanzitutto su di lui si concentrarono due eredità, quella del fratello Silvestro e quella della zia, per parte di padre, Vaggia; contrasse matrimonio con Maddalena, figlia di Andrea di ser Ventura, originario di Pigli, cittadino aretino, e di Giovanna di Bernardo di Orlandino. E a Pigli, che diventerà la tenuta più importante della famiglia Burali, Tommaso acquisterà in più occasioni diverse terre ed una casa “da signore”.

Ma è tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento che si gettano le fondamenta del ruolo economico e sociale dei Burali: accanto ad una politica di acquisizioni di beni fondiari nelle cortine di Arezzo e nel contado di cui i pochi contratti conservati nel diplomatico Burali ci danno solo un’idea,  appare importante la strategia matrimoniale di Tommaso, volta a stringere legami con famiglie del suo stesso ceto sociale e che poi troveremo tra le famiglie di primo grado della nobiltà aretina: del 1392 è l’accordo con Antonio di Giovanni Ghiselli, anch’egli cassiere del Comune, per la dote della figlia Giovanna che ammonta a 300 fiorini d’oro; in occasione poi del saldo di questa dote, avvenuto nel 1402, a pochi giorni da esso, Tommaso si accordava per la dote della promessa sposa del figlio Jacopo, Angiola di Tommaso Gozzari, famiglia che da tempo godeva in città di prestigio e dello status di nobili aretini.

E’ con quest’ultimo, dei tre figli maschi di Tommaso - Jacopo, Cecco e Andrea - che prosegue la discendenza dei Burali, anche perché il fratello Cecco partecipava nel 1409 ad una sommossa contro Firenze, pertanto, essendo dichiarato ribelle, tutti i suoi beni  e diritti  venivano consegnati a Iacopo e ai suoi eredi.

Fu Jacopo, nel 1408, ad acquistare beni a Petrognano, nel 1416 un’altra casa ad Arezzo, nel quartiere di Porta di Borgo - contrada Calderai, 1451 egli affittò l’albergo nuovo di Pilli. Ragioniere e camarlingo del Comune di Arezzo in più occasioni, nel 1426 fu posto a giudizio da parte dei Priori del Comune di Firenze sul suo operato di “campsor civis Aretii”.

Nel 1504, i Cittadini deputati sui negozi di Arezzo misero in vendita un mulino a Pilli, proprietà di Bernardino di Andrea Burali, dichiarato ribelle dalla Repubblica di Firenze. Singolare è l’annotazione sul verso di un atto vescovile del 27 agosto 1526 indirizzato a Jacopo di Paolo Burali e alla consorte Felice di Giovanni Martini in cui si afferma: “Questa è l’origine della rovina della stirpe di Jacopo di Paolo Burali”.

Nel 1583, Gregorio XIII, emanò una dispensa per poter celebrare il matrimonio fra Andrea di Paolo Burali e Lucrezia di Bernardino Burali, a quanto pare zio e nipote perché Paolo, padre di Andrea, risulta essere fratello di altro Andrea, a sua volta padre di Bernardino che fu padre di Lucrezia.

Nel 1642, Urbano VIII emanò una dispensa per poter celebrare il matrimonio fra Francesco di Tommaso Burali e Caterina di Giberto Gualtieri. Il medesimo Francesco nel 1635 era stato estratto come commissario di Monte San Savino e nel 1662 ottenne la Commenda Bencivenni dell’Ordine stefaniano da parte del granduca Ferdinando II. Il figlio Tommaso fu aggregato al medesimo ordine nel 1674. Di Bernardino [di Francesco] Burali, abbiamo un libretto di traduzioni dal latino con l’arme della sua casa dipinto sul piatto anteriore della coperta. Nel 1689, egli sposò Olimpia di Claudio Ricoveri, vedova di Gregorio di Antonio Maria Lambardi (lo aveva sposato nel 1680), istituendo quel legame fra la sua famiglia e i Barbolani da Montauto che poi ottennero l’eredità Burali attraverso la moglie di Francesco di Ulisse, Clarice Ricoveri. Per questo motivo molte sono le carte relative a Olimpia incorporate nell’archivio Barbolani: dai ricordi sulla sua eredità, a quelli sull’eredità della nipote Clarice; dalla copia del testamento di Bernardino Burali del 1727 in favore di Giovanni Migliorati di Prato, della moglie Olimpia e della nipote Clarice, a quella del testamento di Olimpia del 1738 e del suo codicillo del 1742 entrambi in favore della nipote Clarice e dotati di inventari; dalla causa di Olimpia contro il Migliorati del 1729, alle ricevute di Tommaso, Bernardino e Andrea Burali dal 1631 al 1750, fino alle lettere inviate ai Burali e dai Ricoveri e dai Migliorati per le loro controversie fra 1664 e 1759.

Il testo è stato tratto da: Elisabetta Insabato, Rita Romanelli, Le carte Burali nell’archivio dei Conti Barbolani di Montauto: un frammento di storia del patriziato aretino, in Studi in ricordo di Tommaso Fanfani, a cura di Marcello Berti et alii, 2 voll., Pacini ed., Pisa, 2013, tomo II, pp. 425-463.